Le emozioni in gravidanza ci connettono con nostro figlio ancor prima della nascita


La connessione emotiva tra mamma e feto: uno scambio comunicativo e un legame emotivo che inizia fin dalla gravidanza e che insieme ad altri fattori influenzano lo sviluppo del nascituro

Prima ancora di nascere, tuo figlio ti sente.

Prima ancora di comprendere le parole.
Prima ancora di capire i significati.

Nella tua pancia, tuo figlio sente. E TI sente. 

Sperimenta le prime sfumature della vostra relazione, tramite le tue emozioni.

È normale vivere emozioni intense in gravidanza?

Diventare madri è un vortice emotivo intenso: durante la gravidanza le emozioni materne sono come montagne russe che ci fanno passare da un’emozione all’altra in pochissimo tempo. Fin da quando è incinta la donna è immersa in una moltitudine di cambiamenti repentini e improvvisi (a livello ormonale, corporeo, di riorganizzazione familiare e di costruzione della sua stessa identità) che possono sconvolgere il tuo stile di vita e possono mettere a dura prova le sue risorse personali, oltre che quelle della coppia. 

La futura mamma potrebbe sentirsi totalmente sopraffatta da tutti questi cambiamenti tanto da sperimentare delle emozioni in gravidanza molto forti.

Nonostante i luoghi comuni attribuiscono emozioni positive alla mamma in attesa, come la gioia, la sorpresa e l’entusiasmo, la pratica clinica e la letteratura scientifica evidenziano come, contrariamente alle attese sociali, le madri possano sperimentare emozioni molto contrastanti tra loro, in una gamma che va dalla tristezza, al rifiuto, alla rabbia, alla frustrazione, all’ansia,allo stress, fino a sperimentare veri e propri vissuti depressivi ancor prima che il bambino nasca. 

Il ruolo delle emozioni materne in gravidanza

Il periodo della gravidanza è rappresentato da una profonda connessione fisiologica ed emotiva tra mamma e feto, fin dai primi istanti dopo il concepimento. 

La comunicazione prenatale tra mamma e bambino è viscerale ed è fatta di risonanze.

Durante la gravidanza il bambino vive immerso, nel corpo e nelle emozioni della mamma. È letteralmente “a bagno” nel suo ambiente biologico ed emotivo.
Lo sperimenta. Ci si sintonizza. Lo integra.

Fondamentalmente, le emozioni materne passano al feto attraverso una comunicazione biochimica: esiste una costante comunicazione tra il cervello della madre e del feto.

I neurotrasmettitori della mamma (tra cui cortisolo, ossitocina, adrenalina) circolano nel sangue del feto. La placenta è come un portale di comunicazione, all’interno del quale circolano sostanze e componenti biologiche delle emozioni, generando nel bimbo:

  • percezioni corporee
  • attivazione fisiologica
  • un flusso sensoriale continuo

mettendo in contatto il bambino con le emozioni della propria madre.

Ma che peso hanno le emozioni della mamma sul benessere del feto?

Mentre è immerso in questo clima emotivo, costruisce le prime strutture della sua mente. come uno stampo in cui si forma la sua capacità di sentire e interpretare il mondo.

Quel contatto, quella connessione mamma-bimbo facilita lo sviluppo del bambino.

Pensiamo quanta responsabilità c’è dietro. Ma anche di fronte a quale dono siamo.

Comunicazione mamma-feto: uno scambio emotivo che influenza lo sviluppo del nascituro

Il feto sente le emozioni della mamma? 

La maggior parte delle comunicazioni tra madre e feto avvengono attraverso vie non comportamentali, ma fisiologiche o biologiche. 

Con il passaggio dal 2° al 3° trimestre di gravidanza, il feto inizia a sintonizzare il proprio battito, regolando in modo ritmico con la madre.

Il feto di per sé non comprende il significato delle singole emozioni, non comprende la tristezza, la gioia o la paura, ma il riesce a sentire le emozioni della mamma tramite gli influssi ormonali.

La connessione emotiva tra il bambino e la madre è così intensa che tutto ciò che la madre prova lo raggiunge alla pari del cibo attraverso il cordone ombelicale.

Che tipo di comunicazione avviene tra madre e bambino, prima della nascita?

Il bambino nel pancione percepisce le emozioni della madre. I vissuti della mamma scatenano risposte corporee fisiologiche e ormonali; tali sostanze passano al bambino attraverso la placenta. Il feto è in grado di percepire le emozioni materne sia attraverso segnali chimici, ma anche attraverso la variazione del battito cardiaco della madre (se quest’ultimo, ad esempio, è stato accelerato da una forte emozione, anche il cuore del figlio comincerà a pulsare più velocemente rispetto a prima), del suo tono di voce, della sua postura, sostanzialmente di quella che normalmente definiamo comunicazione non verbale

Lo studio delle emozioni in utero ha riscontrato che i feti provano emozioni come: rabbia, paura, affetto, reazione al dolore e ai suoni, e lo dimostrano con delle reazioni comportamentali. In risposta agli stimoli, e in base al loro gradimento, il feto sorride, ammicca con gli occhi, sbadiglia, oppure scalcia, fa le smorfie, o decide di ignorare lo stimolo addormentandosi o girandosi di schiena. 

Il feto è un piccolo essere umano, in grado di provare sentimenti ed emozioni, udire, gustare, reagire coerentemente agli stimoli ed interagire con i genitori. 

Fin dagli anni Novanta, sappiamo che feti di trentasei settimane possono essere in grado di rispondere in modo differenziato alla voce materna, producendo una certa frequenza di movimenti fetali. Più recentemente, si è scoperto che i feti muovono più frequentemente gli arti superiori, la testa e la bocca quando la mamma tocca l’addome, mentre gli stessi movimenti diminuiscono quando la mamma parla.

La relazione tra il feto e la donna in gravidanza è una relazione bi-direzionale: anche il bambino fa la sua parte nel rapporto e a propria volta inizia ad influenzare il vissuto materno e la reciproca interazione.

Lo stress e le emozioni negative impattano sul feto?

Parecchie forme di nervosismo in gravidanza, ansia e di stress cronico prenatale potrebbero aumentare il rischio di difficoltà emotive o di autoregolazione durante i primi due anni di vita del bambino. Sono proprio gli alti livelli di cortisolo materno prodotto durante la gestazione a impattare sulla regolazione precoce dello stress determinando, per esempio, una marcata reattività comportamentale.

Uno studio del 2005 dal titolo “Il pancione: un mondo tutto da scoprire” condotto dalla psico-biologa Margarete Rieger ha dimostrato come il corpo della mamma in attesa sia in grado di sviluppare dal 3° al 6° mese di gravidanza un particolare enzima capace di inibire in parte i livelli di cortisolo, ovvero il trasmettitore dello stress nel sangue. Una difesa naturale dallo stress, anche se questo enzima non permette l’inibizione totale dello stress e se dovesse divenire una condizione emotiva cronica e costante nel tempo, il bambino potrebbe comunque risentirne. 

Le emozioni positive provate dalla madre consentono la messa in circolo, da parte del sistema limbico, delle endorfine: gli ormoni della felicità capaci di favorire in generale la crescita del nascituro e in particolare lo sviluppo del sistema immunitario.

Il bambino non ha bisogno solo di emozioni piacevoli. Ha bisogno dell’intero spettro emotivo. Le emozioni spiacevoli, se non pervasive e croniche, offrono un’impronta realistica del mondo che troverà fuori dal grembo.

Il problema nasce quando un’emozione diventa:

  • pervasiva
  • cronica
  • non regolata
  • non condivisa

Tanto più la madre sarà presente al figlio ed entrerà in comunicazione con lui, tanto migliore sarà l’ambiente di vita per il feto, sia a livello chimico che emozionale.  È importante comunicare con il proprio piccolo in utero, anche quando la madre prova emozioni spiacevoli e vive situazioni difficili. In questi casi parlare al bambino, spiegargli quanto sta accadendo e che non è da solo, si è visto essere un fondamentale fattore protettivo per lo sviluppo emotivo del feto.

Il modo in cui siamo entrati nella vita rappresenta il modo in cui tenderemo a viverla. Il clima emotivo prenatale e perinatale crea una traccia di base nel sistema nervoso del piccolo. Una traccia che può essere nutrita, rinforzata, trasformata.

Se il bambino in utero si sente accolto e considerato come partner attivo nella relazione ed i genitori stabiliscono con lui una prima buona comunicazione già dalla vita gestazionale, il bambino inizierà a costruire un senso di fiducia in se stesso e nel mondo che potrà aiutarlo a stabilire delle buone fondamenta per la propria “casa” interiore e per affrontare le inevitabili sfide della vita. 

Salute mentale materna ed espressione delle emozioni

Gli studi epidemiologici hanno messo in evidenza come il periodo che si estende dalla gravidanza, al puerperio fino al primo anno dopo il parto, costituisca una fase di aumentato rischio per la salute mentale della donna con conseguenze anche di un certo rilievo.

La presenza di un disagio psichico materno, come ad esempio ansia o depressione perinatale, può avere effetti sul benessere fetale (maggiore probabilità di complicanze gestazionali, ostetriche e neonatali, impatto sulla crescita fetale, sullo sviluppo affettivo e cognitivo infantile e aumentato rischio psicopatologico in adolescenza). È però importante sottolineare come non sia la semplice esposizione al disagio psichico materno, quanto la presenza concomitante di più fattori di rischio psicosociale, tra cui l’isolamento sociale, l’età adolescenziale materna, l’assenza del partner, la violenza domestica, patologie del bambino, lutti e traumi, a favorire il realizzarsi di condizioni sfavorevoli per lo sviluppo infantile. 

Relazione tra emozioni in gravidanza e sviluppo fetale

Secondo una ricerca pubblicata su “Bioscience Hypotheses” nel 2009, l’imprinting che avviene nei nove mesi dell’attesa è fondamentale per lo sviluppo fisico e psicologico del bambino. Infatti, durante quei nove mesi non si può solo parlare di gestazione fisica, ma anche psichica, e lo sviluppo cerebrale può essere favorito dalla mamma e dal papà grazie a diverse stimolazioni sensoriali.

Tra tutti gli stimoli, la voce materna è uno dei più potenti. Il feto riconosce la voce della madre già nel terzo trimestre. La voce della mamma, il tono, il ritmo, le parole e i contenuti che vengono usati, attivano nuove sinapsi nel feto. Un vero e proprio campo sonoro affettivo che crea una connessione tra mamma e feto.

La voce materna, le intonazioni della mamma, alle quali il bambino è esposto durante la gravidanza, verranno riconosciute precocemente dal neonato e favoriranno l’acquisizione del linguaggio verbale. Quella voce tanto sentita nel grembo materno sarà per il piccolino una fonte di rassicurazione una volta venuto al mondo. 

Per questo motivo è solitamente consigliato ai genitori di parlare al feto: ad esempio leggere al pancione a voce alta ha i suoi benefici. L’uso di un linguaggio semplice e affettuoso (il cosiddetto motherese o baby talk) favorisce lo sviluppo dell’udito, la memorizzazione del linguaggio e accresce lo stato di sicurezza e protezione.

Attraverso la voce si intensifica la sintonizzazione emotiva tra madre e bambino: il bambino si sente visto, al sicuro; e la mamma sente di essere sintonizzata con il proprio bambino e questo la renderà più serena e predisposta positivamente.

La voce della mamma ha il potere di calmare, rasserenare, trasmettere protezione e sicurezza della presenza.

La mente del bambino, per potersi svilupparsi adeguatamente, ha bisogno di entrare in contatto gli altri. La mente e la personalità del bambino si sviluppano e si organizzano attraverso le relazioni. Costruire degli scambi interazionali adeguati con il bambino nelle prime fasi della sua vita, andrà a favorire lo sviluppo e metterà le basi per le successive capacità di regolazione degli affetti nonché della futura sicurezza/insicurezza all’interno delle relazioni che svilupperà nel corso della sua vita.

Attaccamento prenatale: un legame tra genetica ed epigenetica

Il legame madre figlio che si crea fin dal concepimento viene definito da Cranley (1981) attaccamento prenatale, quel particolare legame che si crea in entrambi i genitori nel periodo della gravidanza verso il bambino che aspettano: manifestazioni comportamentali che rappresentano interazione e coinvolgimento affettivo verso il feto, un insieme di pensieri che i futuri genitori hanno nei confronti del proprio bambino e che aumenta di intensità con il procedere della gravidanza.

La relazione della mamma con il bambino inizia ancor prima della sua nascita.

Ancor prima di nascere nell’utero materno, il neonato nasce nella mente della mamma

con le sue prime fantasie sul figlio immaginato che diventa depositario di tutti i sogni e a volte delle molte paure che accompagnano la gravidanza.

Come nasce l’attaccamento prenatale

Nel primo trimestre di gravidanza la mamma sente il feto come una sorta di estensione del proprio corpo, una parte inscindibile di sé. E’ il momento iniziale, in cui i genitori cominciano a confrontarsi con questa nuova prospettiva e ad adattarsi alla situazione. 

È a partire dal secondo trimestre di gravidanza che la mamma comincia a percepire i movimenti del feto e a sentire l’esistenza di un altro essere dentro di lei. 

La mamma inizia ad avere una rappresentazione ben definita del “bambino in pancia”, comunica con lui, si tocca la pancia alla ricerca di quella “sintonizzazione affettiva” che Winnicott ha definito “preoccupazione materna primaria” (Winnicott, 1958).

Inizia il processo di personificazione del feto come individuo distinto e a sé stante. 

Aumenta l’investimento affettivo e nasce la possibilità di una relazione tra bambino e genitori, che cominciano a conversare con lui, lo accarezzano, lo abbracciano, ponendo le basi del rapporto futuro tra genitori e bambino.

Nascono le fantasie circa l’aspetto del feto.

Entrambi i genitori immaginano il futuro bambino, sia fisicamente che caratterialmente, coltivando piccole aspettative che saranno basate sulle fantasie che si generano a partire dalla propria esperienza personale e familiare, ma anche in relazione al contesto sociale e culturale di appartenenza. 

Tutti questi pensieri che cominciano a prendere forma nella mente della mamma e del papà sono del tutto normali e comprensibili. Fanno parte del processo di accoglimento del bimbo in arrivo, della costruzione dell’identità genitoriale e rispecchiano l’amore che è già nato verso il piccolo ancora in grembo.

Il feto come anticipato non è un essere passivo: gli organi di senso e i centri cerebrali si sono già costituiti e sono funzionali e attivi.

L’organo di senso che si sviluppa per primo è il tatto, e diventa per il feto il primo mezzo per poter entrare in contatto con la parete uterina e quindi con la sua gestante. 

Troviamo spesso racconti di mamme che si toccano la pancia, la stimolano, proprio per vedere se il piccolino reagisce a tale stimolazione, come i primi calcetti. È dimostrato infatti che il feto è in grado di percepire se qualcuno o qualcosa tocca il ventre materno e può reagire a seconda che la stimolazione sia gradevole o meno. Il feto è sensibile anche ai rumori corporei della madre e ai suoni del mondo esterno. Attraverso la tecnica della misurazione del battito cardiaco è stato dimostrato che il feto riconosce la voce materna, poiché a tale stimolo reagisce con una decelerazione della frequenza cardiaca (Fifer, Moon, 1995).

La mamma crea uno spazio mentale in cui accogliere il nascituro, e getta le basi per l’incontro con il “bambino reale”, e non più solo fantasticato, al momento della nascita.

Esistono alcuni fattori che influenzano il rapporto prenatale madre-feto, in particolare quanto la gravidanza sia stata desiderata e cercata, l’umore della mamma nelle fasi della gestazione, il sistema familiare e l’andamento della gravidanza stessa. Trascorrere una gravidanza in piena salute aiuterebbe a sviluppare pensieri positivi, contribuendo allo sviluppo di un attaccamento prenatale sereno e profondo.

L’ultima fase della gravidanza vede ancora momenti altalenanti. Il tempo del parto si avvicina e così anche l’idea di poter conoscere veramente il proprio figlio. 

Con la nascita del bambino, i genitori incontreranno invece il loro “bambino reale”, che nella maggior parte dei casi sarà diverso da quello che avevano immaginato o sperato. 

Questa fase può creare alcuni sconvolgimenti, che necessitano di un tempo di elaborazione psicologica tanto superiore, quanto maggiore sarà lo scostamento rispetto a quello che ci si era aspettati (si pensi alla speranza di avere un figlio sano e veder nascere un bambino con alcune difficoltà o patologie).

Legame mamma feto tra genetica e epigenetica

Il feto vive in un intenso scambio di relazioni sensoriali con la mamma e accanto ad esse vi è una continua interazione non solo nutrizionale ma anche biochimica ed immunoendocrinologica attraverso la placenta. 

Già dalla seconda settimana di gravidanza, si verifica uno scambio bidirezionale di cellule e DNA tra feto e madre attraverso la placenta. Cellule fetali possono migrare negli organi materni e rimanervi per anni, influenzando la salute e persino passando a gravidanze successive, il cosiddetto microchimerismo.

Durante la gravidanza, il cervello del bambino è in piena formazione. 

Ogni esperienza sensoriale e affettiva contribuisce alla costruzione delle connessioni neurali. Il bambino perinatale è l’incontro tra:

  • patrimonio genetico
  • relazione con l’ambiente circostante
  • tendenza biologica a utilizzare e sviluppare le proprie funzioni

Quindi è l’incontro tra genetica ed epigenetica.

A seconda dell’ambiente in cui il bimbo perinatale è inserito, esprimerà il potenziale delle sue funzioni (cognitive, emotive, motorie) e più si esercita in quelle funzioni e più queste si svilupperanno.

E quella comunicazione affettiva profonda tra madre e feto, il cosiddetto BONDING prenatale, riesce ad impattare sugli indici APGAR alla nascita, sulle capacità cognitive, sullo sviluppo motorio e sulla maturazione delle funzioni.

L’epigenetica ci insegna che i geni sono un potenziale che viene modulato dall’ambiente. Dall’interazione con l’ambiente il bambino riceve il nutrimento, le impronte e le informazioni, e, attraverso i processi di autoformazione che operano sotto la guida dell’Io, egli plasma, modella, organizza le proprie capacità difensive e di adattamento e struttura la propria vita psicofisica futura. Non è indifferente se il nutrimento che il bambino riceve dall’ambiente è salubre, puro, ricco e di alto valore nutritivo oppure inquinato, degradato e povero. I risultati saranno comunque sostanzialmente diversi, i bambini saranno diversi.

Durante il periodo perinatale:

  • lo stress cronico può modificare l’espressione di geni legati alla regolazione dello stress
  • la presenza di un ambiente relazionale sicuro può favorire una risposta neurobiologica più equilibrata
  • la qualità dell’interazione madre-ambiente influenza la maturazione dei sistemi regolativi del bambino

Quindi, durante la gravidanza, la madre è per il figlio il suo habitat di vita, il suo mondo e gli effetti saranno diversi a seconda del suo vissuto e degli atteggiamenti che ha verso di lui. 

Il bambino si forma dentro il nostro modo di diventare madri

Questa è la parte che può spaventare.

È come se la sua mente si formasse dentro il nostro modo di diventare madri. Perché se è vero che il bambino è immerso nel nostro mondo emotivo, allora la responsabilità sembra enorme.

Ma qui è fondamentale fare chiarezza: Non è la perfezione a fare la differenza. È la consapevolezza.

Il bambino non ha bisogno di una madre sempre serena. Ha bisogno di una madre che possa sentire, regolare, contenere, riparare.

Il nostro diventare genitori influenza il modo in cui i nostri figli diventeranno genitori. E questa consapevolezza è un’opportunità di cura. Per questo il periodo perinatale è un tempo che potremmo definire di salutogenesi: ovvero di costruzione attiva della salute. fisica e mentale, di mamma e bimbo che nascerà.

Il ruolo del padre in gravidanza: la “matrioska” relazionale

Spesso parliamo della diade madre-bambino. Ma in realtà esiste una triade.

Se la madre rappresenta l’ambiente interno, il padre rappresenta l’ambiente esterno che contiene e sostiene la diade e l’attaccamento prenatale.

Se immaginiamo la triade come una matrioska:

  • Il bambino è contenuto dalla madre
  • La madre è contenuta dal padre
  • La qualità della relazione di coppia protegge il sistema

Il sostegno paterno alla madre non è solo supporto pratico.È fattore di prevenzione primaria.

La letteratura scientifica mostra che il supporto del partner:

  • Riduce lo stress materno favorendone la regolazione
  • Favorisce una gravidanza più fisiologica
  • Riduce il rischio di depressione perinatale
  • Migliora gli esiti post-partum e la salute neonatale

Quando una madre si sente sostenuta, può può sostenere meglio a sua volta.

Cosa si può fare per nutrire la connessione

Oltre a prendersi cura del riposo e della nutrizione, la donna in gravidanza non dovrebbe trascurare gli aspetti psicologici, relazionali e sociali che accompagnano questo momento, che non sono sempre facili e che come abbiamo visto impattano sulla positività dell’attaccamento prenatale.

Ad esempio il lavoro, l’ambiente familiare o il rapporto con il partner possono essere fonte di ansia e stress prenatale. È importante poter contare sempre su figure di supporto, persone con cui parlare, con cui essere onesti su come ci si sente in ogni momento.

Abbiamo visto che per stimolare quel legame in gravidanza, quella connessione tra mamma e feto, possiamo usare diversi tipi di stimolazioni: dai pensieri che si traducono in battiti, dalla voce, al tatto, passando per il nostro corpo come ambiente di vita che produce naturalmente suoni, calore, contenimento.

Quando chiedere supporto psicologico

E se non sento ancora quel legame?

La cultura dell’istinto materno idealizza la componente biologica, ”naturale”, innata del diventare mamme. Considerando quell’istinto l’unico veicolo del diventare genitore.

In questo modo si perde di vista il processo del divenire madri, passivizzando le donne e minimizzando il valore della scoperta della relazione con il piccolo, a partire dall’assunto secondo cui la donna debba aspettarsi un “dopo” in cui si realizza a prima vista la sintonizzazione con il proprio figlio.

L’amore verso il proprio figlio si costruisce dentro la relazione e non è detto che nasca al primo sguardo!

Quell’amore può iniziare prima della nascita, può sbocciare magicamente al prima abbraccio, ma può nascere con l’incontro e la conoscenza. E questo va normalizzato.

La cultura dell’istinto materno e dell’amore a prima vista rischia di innescare ed enfatizzare i sensi di colpa e di inadeguatezza delle mamme (e dei papà) che non riescono a sentire le farfalle nello stomaco guardando il loro neonato o che talvolta faticano a starci insieme.

Gli psicologi perinatali sono figure a cui ci si può sempre rivolgere quando in gravidanza o nel postparto abbiamo a che fare con emozioni molto contrastanti. 

Bisogna pensare che la gestazione prepara il bambino ad affrontare il mondo esterno.  Tutto quello che riceverà in quello spazio sicuro determinerà anche (in parte) il suo futuro sviluppo.

Se stai leggendo questo e senti salire il senso di colpa, fermati.

Non sei responsabile di ogni singola emozione, ma puoi cogliere l’opportunità di prendertene cura.

La gravidanza e il post-partum sono periodi di enorme vulnerabilità. Chiedere sostegno non è debolezza. È prevenzione.

Nel mio lavoro accompagno le neomamme a:

  • ridurre l’ansia perinatale e regolare le emozioni, anche quelle scomode
  • gestire il bisogno di controllo
  • costruire una comunicazione affettiva più consapevole
  • Rafforzare la triade familiare

👉Se pensi di aver bisogno di un sostegno psicologico in periodo perinatale o se vuoi approfondire alcune tematiche, puoi prenotare una consulenza o scrivermi per capire quale intervento è più adatto alla tua situazione.

Bibliografia

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Depressione post-partum paterna: anche la salute mentale è relazione.

La depressione post-partum paterna è un fenomeno relazionale e colpisce fino al 10% dei papà. Scopri sintomi nascosti, segnali comportamentali e quando chiedere aiuto.

Depressione post-partum: riguarda anche i papà?

Quando si parla di salute mentale perinatale e depressione post-partum, l’attenzione è quasi sempre rivolta alle madri. Eppure, sempre più papà vivono un periodo di profonda fragilità emotiva durante la gravidanza e dopo la nascita.

La psicopatolgia perinatale non è un evento individuale. È un sistema emotivo condiviso, ovvero un fenomeno relazionale: madre e padre si influenzano reciprocamente, prima e dopo la nascita.

Un cambio di prospettiva necessario

Sostenere una madre senza sostenere il padre significa lasciare scoperta metà della rete.

I più recenti studi, metanalisi e revisioni sistematiche ci dicono che:

  • 10–15% delle madri sviluppa disturbi affettivi perinatali;
  • la depressione perinatale paterna è spesso correlata a quella materna (Goodman, 2004);
  • i padri possono sviluppare la Depressione Perinatale Paterna (PPND), con una prevalenza tra l’8% e il 10%;
  • Circa il 50% dei papà la cui partner soffre di depressione perinatale sviluppa a sua volta sintomi depressivi;
  • i figli di padri depressi presentano più facilmente problemi emotivi e comportamentali (LeFrançois, 2012), a causa anche di una maggiore propensione paterna verso l’uso di pratiche educative punitive (Davis et al., 2011).

Cos’è la depressione post-partum paterna?

La depressione post-partum paterna può comparire tra il  terzo mese di gravidanza della compagna e il primo anno di vita del bambino (Baldoni & Ceccarelli, 2010). 

Spesso però non viene riconosciuta, perché non si manifesta unicamente con tristezza evidente o richiesta di aiuto esplicita. Si manifesta pricipamlemente con il comportamento.

Sintomi della depressione post-partum paterna: cosa osservare davvero

Nei papà la sofferenza psicologica post-partum può esprimersi in modo diverso rispetto alle madri.

1. Evitamento della vita familiare

  • Rifugiarsi nel lavoro
  • Permanenza prolungata fuori casa 
  • Disinteresse verso la vita familiare

2. Instabilità emotiva

  • Umore depresso, tristezza, irrequietezza, insonnia
  • Scatti improvvisi
  • Aggressività verbale
  • perdita di controllo

3. Comportamenti compulsivi

  • Attività sportiva eccessiva
  • Sessualità frenetica
  • Masturbazione compulsiva

4. Tradimenti

  • Il periodo perinatale è statisticamente uno dei più esposti ai tradimenti maschili, spesso legati a una difficoltà di regolazione emotiva.

5. Dipendenze

  • Aumento di consumo di Alcol
  • Fumo
  • Psicofarmaci non prescritti
  • Sostanze stupefacenti
  • Gioco d’azzardo
  • Uso eccessivo di internet o videogiochi

Spesso questi segnali vengono sottovalutati perché culturalmente il papà è visto come “quello forte”. Ma il padre non è un “visitatore” nella storia della nascita: è parte integrante del progetto familiare.

Come distinguere la depressione post-partum paterna da un semplice cambiamento?

Non è il comportamento in sé a fare la differenza.
Per riconoscere la depressione paterna post-partum potremmo provare a rispondere alle seguenti domande:

  • È un cambiamento improvviso?
  • È sproporzionato?
  • È accompagnato da distanza emotiva?
  • È diverso da com’era prima?

Quando un comportamento appare sproporzionato e rappresenta una rottura rispetto alla personalità precedente, è opportuno interrogarsi.

Depressione perinatale paterna e crisi di coppia dopo un figlio

Come impatta questo disagio psicologico del papà sulla coppia? La ricerca evidenzia che la depressione paterna può influenzare:

  • La qualità della relazione di coppia: le distanze aumentano e spesso la mamma per gestire l’ansia rispetto ai cambiamenti comportamentali del papà può mettere in atto degli atteggiamenti “controllanti” (insistenza, interrogatori, lamentela, rigidità) che portano il papà ad aumentare l’evitamento per ridurre il proprio disagio, attivando un vero e proprio circolo vizioso.
  • Il legame padre-bambino: l’evitamento del papà impatta inevitabilemente sull’instaurarsi della relazione con il piccolo.
  • Lo sviluppo emotivo del bambino: in particolare, quando entrambi i genitori presentano sintomi depressivi, il rischio di difficoltà relazionali e regolative nel bambino aumenta.

Conoscere e riconoscere i segnali della depressione post-partum paterna aiiuta a fare i primi passi per interrompere queste dinamiche.

In che modo si può fare prevenzione?

Per la prevenzione e il trattamento dei disturbi affettivi perinatali è fondamentale riconoscere l’importanza del padre sin dall’inizio della gravidanza e promuovere il suo coinvolgimento nelle visite ginecologiche, nelle attività di consultorio e nell’assistenza successiva al parto.

In termini di prevenzione, le strategie più comunemente adottate sono:

  • Coinvolgere i padri nei corsi di accompagnamento alla nascita (CAN). Sempre più spesso i servizi di accompagnamento alla nascita prevedono la presenza della figura paterna, che viene coinvolta nelle decisioni relative alla gestione della nascita e del post-partum.
  • Offrire momenti di ascolto individuale, anche all’interno dei CAN.
  • Fornire informazioni chiare e scientificamente accurate sui cambiamenti emotivi connessi alla genitorialità, sulla sessualità post-partum e sulla riorganizzazione familiare.
  • Promuovere reti di supporto tra papà (gruppi di auto-mutuo aiuto o forum online).
  • Interventi psicoeducativi, attraverso consultori familiari e CAN (Tohotoa et al., 2012).

Quando chiedere aiuto?

È opportuno rivolgersi a un professionista quando:

  • I comportamenti persistono per più settimane
  • C’è un marcato cambiamento di personalità
  • La relazione di coppia è compromessa
  • Sono presenti dipendenze o perdita di controllo
  • C’è isolamento emotivo significativo
  • C’è uso problematico di sostanze

Intervenire precocemente riduce l’impatto sulla famiglia e favorisce un recupero più rapido.

Stai vivendo questa situazione?

Se sei una neomamma e senti che qualcosa nel tuo partner è cambiato, o se sei un papà e ti senti fuori asse da quando è nato tuo figlio, non aspettare che la distanza diventi abitudine.

È fondamentale agire seguendo una prospettiva familiare triadica, che tenga cioè conto della madre, del padre e del bambino contemporaneamente (Goodman, 2004).

Nelle mie consulenze psicologiche utilizzo un metodo orientato alla soluzione, che permette di:

  • Chiarire rapidamente le dinamiche
  • avere una fotografia chiara della situazione e di cosa sta mantenendo il problema
  • Ridurre la spirale controllo-evitamento
  • Individuare il primo piccolo passo concreto
  • Riattivare le risorse della coppia

Non serve un percorso infinito. Serve iniziare con il passo giusto.

👉 Se vuoi approfondire, puoi prenotare una consulenza o scrivermi per capire quale intervento è più adatto alla vostra situazione.

Mi farà piacere se vorrai condividere le tue domande o un commento all’articolo, o anche se vuoi suggerirmi un argomento, scrivimi in DM su instagram o via email a info@sarabaronepsicologa.it

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